Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis – giurista stimato, vedovo, cattolico, con una figlia, Dorotea, anche lei giurista, che lo affianca instancabilmente nel suo lavoro – si appresta a concludere il suo mandato. Una volta entrato nel semestre bianco, si ritrova a dover decidere su tre questioni spinose: la concessione della grazia a due detenuti condannati per l’assassinio del coniuge e l’approvazione della discussa legge sull’eutanasia.
Cambiare completamente rotta e virare verso orizzonti inesplorati. Sembra essere ormai questo il mantra di Paolo Sorrentino, che ancora una volta sorprende il pubblico con un’opera del tutto diversa da quella precedente. Così, dopo il barocco e rutilante Parthenope, l’autore campano genera La grazia, un film sobrio, riflessivo, prismatico come il suo protagonista, interpretato da un Toni Servillo capace di raggiungere un nuovo apice della sua carriera con una prova intensa, sottile, sempre misurata.
Con la complicità decisiva del suo attore feticcio, Sorrentino si addentra nella mente di un immaginario Presidente della Repubblica ed esplora temi delicati come il peso della responsabilità, il dilemma morale e il dubbio. O meglio, la bellezza del dubbio. Perché, specialmente in un’epoca costellata di individui tronfi di certezze, il dubbio si rivela spesso un atto necessario, un valore che ci insegna a comprendere, a discernere, a prendere decisioni difficili.
Curatissimo nella messa in scena, ma svuotato di certi virtuosismi registici sorrentiniani, La grazia solletica l’animo dello spettatore con i suoi dialoghi cesellati e un efficace gioco di contrapposizioni – il padre e la figlia, il vecchio e il nuovo, la vita e la morte, il coraggio e la paura, l’atto giuridico e la compassione umana, le verità da svelare e quelle da tacere – e riporta Sorrentino a scrutare nelle stanze del potere con lo stesso approccio adottato ne Il divo (2008) e nel dittico Loro (2018). Anche stavolta, difatti, il regista napoletano racconta l’uomo dietro il politico, soffermandosi sulla complessità dei suoi legami affettivi e sulla solitudine del potere.
Non meno rilevante nell’economia del racconto è la presenza di due autentici leitmotiv del cinema di Sorrentino. Come gran parte dei protagonisti del suo universo cinematografico, anche Mariano De Santis tiene il suo sguardo costantemente rivolto verso il passato e si perde con arrendevolezza nelle nebbie della malinconia. E come molte delle sue pellicole, La grazia è un film che parla d’amore: l’amore inesauribile e struggente per una moglie che non c’è più, l’amore complicato tra un padre e una figlia (una convincente Anna Ferzetti), l’amore e la dedizione totale per la propria professione.
Il tutto condito da quell’ironia acuta che attraversa l’intera filmografia di Sorrentino, che stavolta offre le migliori battute di spirito alla carismatica Milvia Marigliano: la 70enne attrice milanese è semplicemente irresistibile nel ruolo di Coco Valori, eccentrica critica d’arte e miglior amica dell’amletico Presidente De Santis.
Voto: 4/5
La grazia, Italia, 2025. Regia: Paolo Sorrentino. Interpreti: Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Giuseppe Gaiani, Linda Messerklinger, Vasco Mirandola. Durata: 2h e 13’.






