Chissà come sarebbe stato Amici miei se fosse stato girato dal suo ideatore, il grande Pietro Germi, che scrisse la sceneggiatura del film con Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi e Tullio Pinelli per poi passare di mano il progetto a causa di una cirrosi che lo strappò alla vita. Probabilmente un capolavoro lo stesso, sicuramente una pellicola diversa.
E invece il destino volle che a dare forma alle avventure degli “zingari” fosse un altro formidabile regista, Mario Monicelli, il quale spostò l’ambientazione da Bologna a Firenze, cavandone “il più bel film sulla maledizione di essere toscani” (come scrisse il critico Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera) e firmando una delle commedie italiane più pungenti e corrosive di sempre, come oggi non sappiamo farne più.
Uscito in anteprima nell’estate del 1975, Amici miei fu un trionfo al botteghino, incoronato da un pubblico evidentemente desideroso di sfuggire all’atmosfera oscura che opprimeva l’Italia nel pieno degli anni di piombo. Sfuggire alle amarezze della vita: proprio quello che fa il quintetto degli amici protagonisti – lo squattrinato Conte Mascetti (uno strepitoso Ugo Tognazzi), il giornalista Perozzi (Philippe Noiret), il chirurgo Sassaroli (Adolfo Celi), l’architetto Melandri (Gastone Moschin) e il barista Necchi (Duilio Del Prete) – uomini di mezza età che, in barba alle convenzioni, si buttano alle spalle responsabilità e disillusioni dedicandosi con estro e un’ingente dose di cinismo alla zingarata, ovvero uno scherzo condotto con spirito goliardico o, in certi casi, “una partenza senza meta e senza scopi, un’evasione senza programmi che può durare un giorno, due o una settimana”.
Di motivi per farsi amare Amici miei ne offre tanti: una sceneggiatura perfetta, una regia inappuntabile, cinque attori in stato di grazia, le supercazzole del Mascetti, gli schiaffi alla stazione… E poi quel mix seducente di ironia graffiante e di malinconia che s’avverte in ogni istante. Una malinconia sottolineata dalle note nostalgiche e penetranti di Carlo Rustichelli, da una Firenze grigia e insolita, da un finale capace di fondere mirabilmente tragedia e commedia.
Tutti ingredienti da cui traspare l’imperitura bellezza di un film non privo, tra l’altro, di una certa attualità, evocata in particolare da una delle sue battute più incisive e profonde. “Ma, poi, è proprio obbligatorio essere qualcuno?”, ci ricorda amaro il Conte Mascetti: una frase che potrebbe essere rivolta benissimo alla nostra società social-dipendente, tutta protesa a sbandierare una vita (apparentemente) perfetta e ormai incapace di seguire uno dei dogmi fondamentali dei cinque amici monicelliani, quello di non prendersi mai troppo sul serio.
AMICI MIEI: PERCHÉ DOPO 50 ANNI LO AMIAMO ANCORA






