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LA SOTTILE LINEA TRA CINEMA E FILOSOFIA

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Seconda Guerra Mondiale. Il sole filtra tra le folte cime degli alberi di Guadalcanal. Sul terreno i soldati a stelle e strisce e quelli giapponesi si preparano allo scontro. Ancora non si vedono tra loro, sono atterriti; poi si fanno forza, cominciano a correre verso il nemico, verso il loro destino. Le magnifiche note di Hans Zimmer sospingono l’intera scena. La sottile linea rossa (1998) di Terrence Malick è un film di guerra? Non credo. Per larghi tratti durante i 170 minuti di durata, il cinema lascia spazio alla filosofia e, a volte, alla poesia.
Per capire bene la visione della vita di Malick basta concentrarsi sul soldato Witt, il suo alter ego, interpretato da un emozionante Jim Caviezel. Witt scruta la natura e si gonfia di stupore, osserva l’uomo e si pone interrogativi, si emoziona e soffre di fronte ai misteri dell’universo.
Nel resto del cast all star, non c’è un solo personaggio superfluo. Sean Penn è un sergente malinconico e disilluso che vorrebbe tenere con i piedi per terra Witt, Nick Nolte un ufficiale frustrato che si strugge per aver reso vani i sacrifici dei suoi genitori, Ben Chaplin un soldato che sopravvive all’orrore della guerra pensando all’amatissima moglie. Loro e tutti gli altri protagonisti non sono soldati, ma uomini che vivono come noi di amore, di paura, di eroismo, di cattiveria.
Questo è il cinema di Malick, questa la sua filosofia che ritroviamo in ogni suo film. Anche se ne La sottile linea rossa ha raggiunto livelli forse irripetibili.

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